Illustrazione realizzata da Giulia Ortuso

Giu 20, 2020 | 0 commenti

Autocustodia

Autocustodia cautelare testo e voce di Luca Scarpati

Vi confesso che a dispetto dell’autocustodia cautelare nella quale siamo tutti costretti, la mia clausura si sta rivelando più ricca di quanto credessi. Esco di casa pressocchè ogni giorno, per raggiungere la struttura dove lavoro come volontario, e queste mie evasioni obbligate mi stanno offrendo la visione di spaccati di vita che temevo perduti, dal profondo dalla prigionia antivirale e asociale in cui siamo tutti immersi.

La vita nella Sanità pare scorrere davanti ai miei occhi esuli quasi uguale a prima, se non per un’unica, immensa, differenza: è sempre domenica. L’ho realizzato qualche giorni fa, quando ho lasciato l’auto a casa e mi sono recato al servizio di volontariato coi mezzi pubblici. Da casa mia -a Cavalleggeri- fino a Cavour la sensazione dominante è stata quella di vivere in una camera di decompressione, ovvero il treno della linea FS della linea uno della metropolitana, straordinariamente vacante in questi giorni di delirio privato. Fin qui nulla di sorprendente se non la sensazione ineditamente strana di trovarmi in treno.

E’ quando sono giunto nel cuore della Sanità però, che l’atmosfera è cambiata. Coi ricordi, incredibilmente sensoriali, sono tornato improvvisamente ad una domenica pomeriggio di giusto un paio d’anni fa. Un feedback proustiano richiamato da innumerevoli stimoli, piacevolissimi. Il sole battente, i radi scooter di passaggio, il vociare costante ma inafferrabile, proveniente da fonti nascoste tra i vicoli.

Nella Sanità la domenica è più domenica che altrove; lontano dal conclamato traffico turistico del centro antico e dai residui di struscio dei negozioni di via Toledo, frenetico, tant’è che ancora in tanti la chiamano via Roma, più per rapidità comunicativa che per consapevole scelta toponomastica fondata.

Ed è la rapidità dei giorni qualsiasi che svanisce nelle domeniche della Sanità; e più che altrove. Soprattutto quando il tempo è buono e si sente nell’aria che ‘a staggione sta arrivanno; ed è così che l’ho sentita arrivare, persino in questi giorni di pazzia.

Oltre alla sovrappopolazione cittadina, che qui raggiunge emblematici livelli, comprensibili solo vagamente per noi che viviamo nell’altro pezzo di città.

Oltre alla fame che colpisce e colpirà indiscriminatamente tanti, se non tutti, e che proprio in un luogo intestinale come questo, col suo carico misto di nutrienti e scorie, fa la sua prima apparizione sotto forma di morte bianca mascherata da morte rossa.

 

Oltre il vincolo del restate a casa, oltre la carità, oltre l’ammazzare il tempo, oltre l’arrangiarsi, oltre tutto.

Qui resiste la domenica, sebbene si tratti di una domenica perpetua.

Qui la domenica resiste. Anche senza il ragù quotidiano e nonostante le notizie incerte del “teleguai” (come lo chiamava mia mamma).

Qui la domenica esiste; ed esiste al di là di cosa ci sia davvero oltre i confini del rione.

 

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