Illustrazione realizzata da Ceranera

Mag 29, 2020 | 0 commenti

Avere una vita là fuori

Due mesi fa ci hanno imposto di chiuderci in casa, togliendoci tutto, allontanandoci da tutto ciò che faceva parte della nostra quotidianità fino al giorno prima, i nostri amici, i fidanzati, il lavoro, l’Università, il contatto sociale e tanto altro; insieme a questo il buon umore, la nostra gioventù che il sabato sera aveva ancora voglia di esplodere, le esperienze ancora da fare e le occasioni da cogliere. Ci hanno imposto di lasciare qualsiasi cosa lì fuori, in pausa.

Cinque anni fa una malattia atroce mi ha imposto di lasciare tutto, me lo ha portato via con una violenza che non credevo possibile, non ha chiesto il permesso e non mi ha concesso di provare a tenermi stretta la vita che stavo per perdere.

Sono due mesi che ci lamentiamo con costanza di quello che ci manca e di quello che ci è stato tolto, due mesi che soffriamo ad alta voce il dover stare in casa; i più fortunati sono affiancati dalle persone che amano e tanti hanno ogni agio possibile lí a portata di mano, il frigorifero è sempre pieno, la birra è fresca e noi abbiamo ancora tutti una gran voglia di tornare a tutto ciò che solitamente siamo.

Non sappiamo come andrà nei prossimi mesi, ma sappiamo che ciò che avevamo due mesi fa è ancora lì, che usciremo appena sarà finita e che non impiegheremo più di una manciata di minuti per riprendercelo; sappiamo che prima o poi finirà.

Cinque anni fa mi è stato tolto tutto, quasi all’improvviso, gli amici, l’ultimo anno di liceo, la maturità con i miei compagni, i pomeriggi al parco, le serate in cui ti senti invincibile, la possibilità di innamorarmi, la scelta dell’università, ma anche il respiro e la salute propria di un’adolescente quale ero.

Tutto ciò da cui sono stata strappata via non è stato messo in pausa, ha continuato ad andare avanti, a correre veloce.

Non mi è stata, in quel momento, concessa la possibilità di reinventarmi ginnasta, chef, appassionata di yoga e chissà che altro, e non mi sarà mai offerta l’occasione di rivivere quell’anno di liceo che ho perso, quella maturità presa senza avere a fianco i miei amici; le metropolitane andavano e le persone affollavano i bar, gli aerei decollavano e i negozi erano aperti, solo io non c’ero e guardavo costretta in disparte.

No, non ho potuto reinventarmi nell’attesa di una ripartenza che ero convinta non potesse esserci, solo tacere mentre mi è veniva infilato un tubo nel naso fin dentro allo stomaco, mi si attaccavano elettrodi al petto con tanti fili grigi che arrivano fino a una macchina che si assicurava 24h su 24h che il mio cuore continuasse a battere, aghi nelle braccia e una sedia a rotelle che mi toglieva anche la possibilità di camminare; ma soprattutto insieme a tutto ciò mi è stata tolta la voglia di vivere, di ridere, di sperare; sono stata privata del raziocinio e dell’umana capacità decisionale, diciotto anni e non mi era concessa la possibilità di camminare sulle mie gambe e di respirare con i miei polmoni; mi è stata portata via la fisiologica sensazione di fame, rendendomi odiosa, spaventosa ed estranea quella normale attività che è per una persona il nutrirsi, lasciandomi sola con l’indescrivibile quantità di odio, di paura e di dolore che chiedeva solamente di essere espresso.

Cinque anni fa quando mi è stato tolto tutto ciò che avevo e che era la mia quotidianità non c’era nessuno che poteva dirmi che presto o tardi sarebbe finita, non poteva esisteva il concetto di dover avere solo un po’ di pazienza, nessuno era lì a fare per me dichiarazioni parlando di una “fase due”; ma quale fase due? Non c’era luce e non c’era speranza, solo un lockdown che pensavo non sarebbe finito mai, mentre mi chiedevo se, forse, non sarei finita prima io.

Cinque anni fa non è stato un virus a stravolgermi la vita, ma un mostro di dimensioni assai maggiori, capace di spazzare via qualsiasi cosa, di scavarti dentro una voragine di cui non vedi la fine mentre silenziosamente ti divora velocemente, lasciandoti sola con quattro ossa e un uragano di pensieri ossessivi.

L’anoressia non è come un virus, perché ti porta via anche la capacità di pensare, di decidere, di scegliere; l’anoressia non ti permette di combattere per guarire, ti infetta la mente e ti impone senza mezzi termini di farti del male; così mentre il tuo corpo cede, per mezzo delle tue stesse mani, non c’è nessuna forza interiore che possa spingerti a non mollare, a rimanere a galla, a stringere i denti, a combattere per la tua stessa vita, tutto dentro di te urla di non farlo, di non provare in alcun modo a sollevare un corpo ormai già fin troppo straziato; una sensazione di sicurezza impone di tenere la bocca serrata, così che non ne esca alcuna richiesta di aiuto e non vi entri alcuna spaventosa briciola di cibo.

Dagli effetti che ha l’anoressia su di te, sul tuo corpo e sulla tua mente, non ti proteggi con guanti e mascherine.
L’anoressia non la previeni con un disinfettante e non la curi con un vaccino.

Ho sperato tanto, nei momenti più bui, che ci fosse una qualche sorta di medicina che mi potesse salvare da quella guerra infinita.
Spesso ho creduto di dovermi mettere una mascherina per proteggere e non infettare chi mi circondava con tutto il dolore che avevo dentro, come se potesse esplodere da un momento all’altro.
Quando soffri di anoressia, il distanziamento sociale è il tuo migliore amico, la regola che ti viene imposta dalla tua testa e che più ti piace.
Ancora oggi vorrei ci fosse un vaccino, una qualche pastiglia rotonda facile da far ingerire a chiunque stia combattendo questa guerra così da potergli dire “è finita”, ma quando hai sofferto di anoressia, in fondo a te stesso, lo sai, non finirà mai davvero, non del tutto.

Con l’anoressia no, non c’è mascherina che tenga, non c’è disinfettante che ti possa proteggere, non c’è comportamento responsabile che possa aiutare e non ci sono possibili e sicure previsioni di una qualche guarigione completa, non sviluppi anticorpi e non diventi invincibile.

Allora penso, ma di cosa potrei lamentarmi ora? Apprezzo quello che ho e quello a cui ho la certezza di poter, prima o poi, tornare.

Apprezzo di essere a casa mia e non in un ospedale, di non essere sola in questa situazione e di poter ridere perché ho il respiro e le energie per farlo, apprezzo il sapere di avere una vita là fuori che questa volta mi aspetta e che ho la certezza di potermi riprendere.

Oggi ho la certezza di poterci provare a proteggermi, di poter fare qualcosa per tentare di evitare che questo virus mi infetti, ho una mascherina, che non è certo una sicurezza ma è qualcosa, e non riesco proprio a lamentarmi, perché l’unica cosa che sono in grado di pensare è “magari cinque anni fa ne avessi avuta una”.

Racconto di Francesca

 

Ultimi articoli

Leggi con noi

Micrologo

Tutte le mattine mi siedo al mio tavolo di lavoro, lo studio si trova all’ultimo piano e dalle alte finestre, oltre al cielo e alla chioma degli alberi, si vede un elegante edificio arricchito da un bugnato liscio che confina con un’anonima facciata cieca. 

leggi tutto

Il colore del vento

Tutte le mattine mi siedo al mio tavolo di lavoro, lo studio si trova all’ultimo piano e dalle alte finestre, oltre al cielo e alla chioma degli alberi, si vede un elegante edificio arricchito da un bugnato liscio che confina con un’anonima facciata cieca. 

leggi tutto

Seguici

Aiutaci a spargere la voce... Aiutaci a condividere quest'idea...
Aiutaci ad accendere altre finestre.

News

Iscriviti alla nostra newsletter

Ti terremo aggiornato su racconti e novità non perdertela !

Pin It on Pinterest

Share This