Illustrazione realizzata da Beatrice Xompero

Mag 17, 2020 | 0 commenti

Di semi di mandarino e desideri di rivoluzione

La mia quarantena è iniziata con una solenne promessa fatta a colazione: non starò qui ad aspettare indolente che il tempo scorra trascinandosi, quindi dichiaro questo periodo l’anticamera della mia svolta esistenziale, l’incubazione silente e operosa che precede una trionfale fioritura.
Lui annuisce, mentre mette in fila sulla tovaglia i semi del mandarino che ha appena mangiato. Non so mai se mi ascolta veramente ma non mi importa, non ora che il mondo fuori sta crollando e io ho desiderio di rivoluzione.
Ce l’ho sempre avuto il desiderio di imprese smodate, come quando a 5 anni decisi di tracciare in punti segreti di casa dei disegni, che sarebbero stati ritrovati nei millenni a venire, testimonianza indelebile del mio passaggio. Di quella impresa ricordo ancora il pennarello blu e la spugna che sancì la fine del sogno, dopo appena qualche minuto.

Per capire meglio cosa sta accadendo leggo avidamente i numeri del contagio, inchieste, articoli di sociologia, mi addentro nella lettura di grafici e tabelle che poi, con puntualità borrelliana, ripropongo a cena.
Lui, in risposta, mi fa vedere un vaso blu dove dice di aver sotterrato i semi del mandarino. È una bellissima idea e io ti appoggio, d’altronde lo so che ognuno ha il suo modo di reagire all’incertezza e ti capisco penso, mentre accetto con stoica rassegnazione il mio destino di eterna impegnata in imprese più grandi di sé.

Nei giorni successivi prendo solo decisioni drastiche. Che lo so che lo psicanalista su Facebook ha detto che non è il caso di essere estremi, ma non c’è tempo, non ora per essere moderati.
Mi libererò di tutti i vestiti che non indosso da 30 giorni per abbracciare uno stile di vita essenziale, non estirperò più nessun pelo dal mio corpo per tornare ad una versione di me più autentica, leggerò finalmente tutti i grandi classici, mangerò sano e sostenibile.

Dopo due giorni inizio a vedere il mondo attraverso una sottile panatura croccante.
Mi sento pesante. Forse è perché non faccio movimento, sono settimane che non mi muovo. “Io stasera mi faccio la doccia” dice Lui mentre annaffia con amore paterno il vaso blu. Io seguo pagine di yoga, leggo articoli sui benefici della meditazione mangiando muesli e yogurt bianco, mi iscrivo ad un corso online di dizione. I giorni passano ma io non mi sento tanto diversa, mi sento uguale a prima ma con le sopracciglia fuori controllo e il passo intralciato da borse di vestiti che ora guardo con compassione mentre mangio il secondo gelato biscotto, segno inequivocabile di resa. Forse non sono fatta per fare la rivoluzione. O forse ho sempre sbagliato a credere che la felicità stesse nelle grandi imprese, nei grandi cambiamenti. Forse
questo momento che ci impone immobilità ci serve a capire che è meglio apprezzare quello che si ha, che la felicità è una cosa piccola.
La sera ci mettiamo sul terrazzo, una cosa piccola, sulla sdraio, altra cosa piccola, a sorseggiare un tè in tazza piccola guardando le stelle desiderando desideri piccoli.
Poi guardiamo il vaso blu e li vediamo. Quattro germogli di mandarino, anzi cinque, spuntano dalla terra.
Stiamo a guardarli per il resto della sera, sogniamo pomeriggi di sole sdraiati all’ombra di alberi frondosi a pois arancioni, che lo vedi da come stanno dritti che sono germogli promettenti, che faranno strada, magari qualcuno diventerà pure un arancio, se lo vorrà, ma non mettiamogli troppa fretta lasciamogli il loro tempo, non esageriamo con le aspettative che la psicologa su Instagram dice sempre che i figli non appartengono ai genitori, sono persone libere. Passiamo la settimana a sognare germogli di kiwi, di pomodorini, di peperoni e magari pure di semi di lino per l’insalata. E mentre sogniamo macedonia di frutta appena colta per tutto il palazzo capisco, lo giuro stavolta l’ho capito davvero, che sì le cose piccole sono preziose ma hanno bisogno di sapersi desiderate con slancio smodato e allegra impudenza.
Che gustarsi un mandarino è un piccolo momento di serenità impagabile, ma innaffiare un germoglio e vederci un giardino botanico è pura gioia.

Racconto di Beatrice Xompero

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