L’abbraccio

Sono abituato al silenzio: io e mia mamma ci conviviamo da tanto tempo. A lungo, è stato un sostituto comodo e affidabile ai litigi dei miei. Niente urla, niente sibili irati, niente borbottii insofferenti. Da quando papà se n’è andato, nemmeno sguardi ostili da un capo all’altro della tavola. I rapporti tra i miei, dopo il dolore iniziale, si sono raffreddati, limitandosi ad un quieto rispetto che non oltrepassa mai i propri limiti.
Lentamente, mi sono abituato al silenzio in casa, comprendendo anche che non era “vero” silenzio: da dopo la separazione ho sempre più fatto caso ai rumori provenienti dalla strada, ai clacson delle automobili, ai brandelli di conversazioni, al rombare delle moto.
Ora, a riempire questa assenza c’è solamente, ogni tanto, l’urlo soffocato e urgente di un’ambulanza.

All’inizio non ho dato molto peso alla quarantena: avrei fatto un mese senza scuola, e, certo, mi seccava dover trascorrere a casa il mio compleanno, ma ci sarebbe stato tempo per recuperare, dopo.

Ho trascorso una giornata tranquilla, dimenandomi tra le lezioni online e le chiamate dei parenti e degli amici. La sera, la mamma ha estratto una torta-gelato dal freezer per dare almeno un’apparenza di festa, per coprire una realtà così malinconica. Poi, ci siamo messi davanti alla televisione, desiderosi di consumare in fretta le poche ore che rimanevano.
Il suono del campanello ci ha fatti sobbalzare, e dopo poco ho stentato a riconoscere la figura di mio padre davanti a me.
-Auguri, Franci- ha sorriso lui, un po’ imbarazzato. Quando ho accennato ad abbracciarlo ha scosso la testa: -Meglio di no, non si sa mai…-
Dopo, ha chiesto con uno sguardo interrogativo a mia madre se andasse tutto bene, e lei ha risposto con un cenno silenzioso del capo: due persone lontane, ma ancora capaci d’intendersi senza bisogno di parole.

La sera, ho realizzato per la prima volta la situazione in cui ci troviamo: che mondo è quello in cui a un figlio è negato l’abbraccio paterno, in cui vite umane cadono falciate e c’è poco che noi possiamo fare, in cui le mura di casa da rassicuranti passano a essere una prigione? Mi sono addormentato lentamente, annebbiato da una consapevolezza dolorosa.

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