Illustrazione realizzata da Francesco Agresti

Apr 19, 2020 | 0 commenti

Le nostre parole

Da dentro casa provengono rumori attutiti: la televisione, le stoviglie nel lavello, la musica in camera di mia sorella… tutti quei particolari di questa nuova quotidianità che rischia di soffocare ogni giorno di più. Mi sono sistemato sul balcone cercando di sfuggire per un po’ all’aria viziata dell’appartamento, rincorrendo quella solitudine che per me è sempre stata preziosa. Non avrei retto ancora per molto senza un po’ di tempo per me, da trascorrere da solo: la possibilità di starmene un po’ per conto mio per rielaborare tutto quello che mi frulla per la testa è tra le cose che più mi mancano della normalità. 

Intorno a me, l’aria è fresca, pulita, carica dei profumi della primavera che quest’anno ci è preclusa. Dagli appartamenti vicini arrivano suoni e odori simili a quelli provenienti dalle mie spalle, i suoni e gli odori che fanno da epilogo a queste giornate tutte uguali.

Ci vuole un po’ perché me ne accorga: all’inizio la concentrazione dedicata al libro è troppo alta per rendermi conto di qualsiasi altra cosa. Dopo qualche minuto, però, alzando lo sguardo la vedo, finalmente. Sul balcone di fronte al mio c’è una ragazza della mia età, ma… cavolo. Sarà la quarantena, saranno gli ormoni che un minuto mi fanno vedere tutto nero e il momento dopo mi sembra di essere in paradiso, sarà che ho diciassette anni, sarà che in mano ha quello che è uno dei miei libri preferiti (Aristotele e Dante scoprono i Segreti dell’Universo), ma è bellissima. Mi chiedo come abbia fatto a non averla mai notata prima: i suoi capelli sono scuri come la notte, e le stelle sono quei suoi occhi scuri così vivi. Rimango imbambolato a fissarla per qualche istante e lei ovviamente se ne accorge. Alza lo sguardo lentamente -sa di essere guardata- poi mi rivolge un cenno del capo (ha sorriso, forse?) e torna a leggere. Nulla di più. Anche io riabbasso gli occhi sulle pagine, ma non capisco più nulla di quello che sto leggendo. 

Per almeno una settimana non succede nulla di più di questo: qualche cenno del capo, un sorriso a volte, nessuna parola. Dopo un po’ di quei nostri “incontri” (posso chiamarli così, vero? Non sono solamente io a percepire la possibilità di una connessione, di un legame, giusto?) però, una sera la vedo alzare gli occhi dal libro, chiuderlo, e lasciare vagare i pensieri a occhi aperti. Ed è lì che mi viene l’ispirazione. Svelto, corro in casa e scrivo su un foglio una citazione dal primo libro che l’ho vista leggere: 

“Pensi che dubitare sia un male?”

“No, credo sia intelligente”

Poi torno sul balcone e la tengo in mano, esposta verso di lei finché non se ne accorge. 

Giusto un guizzo degli occhi, poi corre in casa di corsa. Quando torna, la vedo esporre una frase dal libro che sto leggendo io, Anna Karenina: 

“Il mio peccato principale è il dubbio. Io dubito di tutto e mi trovo sempre nel dubbio.”

Continuiamo così per qualche sera: quando uno dei due trova una bella frase, una bella parola, un passaggio in cui si ritrova particolarmente lo copia su di un foglio e lo appiccica alla ringhiera del balcone, solo che a quanto pare lei è sbadata quanto me e ci dimentichiamo entrambi di staccare le nostre citazioni. Dopo qualche giorno, qualcuno tra i rari passanti in strada si ferma a leggere i resti delle nostre serate, e un paio di loro scattano anche una foto. 

Sono io, una sera di metà aprile, a compiere la mossa più ardita, sempre citando il libro che ha dato origine a tutto. 

E mi sembrava che il suo volto fosse una mappa del mondo. Un mondo senza oscurità. Wow, un mondo senza oscurità. Quanto sarebbe stato bello? 

Lei sorride, e sembra riflettere per un attimo. Poi, sempre in silenzio –è il nostro tacito accordo: si comunica solo con le parole di chi è più esperto di noi per non rovinare quello che abbiamo costruito- scarabocchia qualcosa su di un foglio, e piegatolo in modo da ottenere un aeroplanino di carta lo lancia verso di me.

Lo afferro al volo. Sul foglio, con quella calligrafia che mi è diventata così familiare, ha scritto un numero di telefono e il suo nome. Gaia. 

Gaia. 

Lo ripeto tra me e me, e la possibilità di un nuovo inizio si fa strada in me come la luce del sole dopo la pioggia.

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