Libero

Potrebbe essere il periodo peggiore per pensare a certe cose, ma a me e a Giulia non importa.
Io continuo a lavorare da casa, come sempre, svolgendo il lavoro che rappresenta la mia più grande passione: disegnare. Lei, invece, lavora con la didattica a distanza e tenta di fare lezione ai suoi studenti che appaiono ancora più distratti.
Nonostante tutto, tra queste quattro mura stiamo bene. E crediamo che non si debba perdere la speranza. Perché la vita continua e qualcosa cambierà, quando tutta la situazione sarà tornata alla normalità. Cambierà per tutti, ripetono gli esperti nei vari articoli online. Sicuramente cambierà per noi due. Perché Giulia ha scoperto di essere incinta proprio in questi giorni “complicati”.
Ha deciso di comunicarmelo a cena, una settimana fa. Aveva apparecchiato per le grandi occasioni e cucinato il mio piatto preferito, la pasta alla norma. Intuivo che avrebbe dovuto dirmi qualcosa di importante. Non appena ci eravamo seduti a tavola, coi piatti ancora fumanti, i suoi occhi si erano illuminati.
Sono incinta, Davide.

Illustrazione creata da Luigi Leuce

Quelle tre parole mi avevano pietrificato. Non poteva essere vero. Non appena ero riuscito a realizzare, avevo cominciato a pensare alla difficoltà del momento, alla mia partita Iva e al suo contratto precario, alle rate della macchina e al mutuo da pagare. Lei mi aveva chiesto se andava tutto bene ed io le avevo risposto soltanto che non me l’aspettavo.

Mi sembrava ferita. Durante tutta la cena aveva parlato pochissimo. Di sicuro si immaginava una reazione diversa, più entusiasta.

Nonostante tutto, nonostante la mia preoccupazione, mi era venuta un’idea. Ero andato nel primo cassetto dell’armadio della sala e avevo cercato, tra i tanti oggetti inutili, la confezione aperta di palloncini. Poi ne avevo preso uno, rosso, un po’ di spago e un pennarello. Mentre lei mi osservava, incuriosita, io lo avevo gonfiato e ci avevo disegnato gli occhi, la bocca e mi ero diretto verso la finestra.

Vieni, le avevo detto. Lei mi aveva seguito ed io avevo spalancato la finestra. Una volta che mi aveva raggiunto, le avevo afferrato la mano, con la stessa con cui stringevo lo spago a cui era legato il palloncino e le avevo sussurrato di pensare a un nome.

Lei mi aveva sorriso, con l’espressione di chi perdona le tue paure, e mi aveva dato un bacio sulla bocca. Poi lo avevamo lasciato andare ed eravamo rimasti ad osservarlo finché non era sparito nel cielo notturno. Non so a che nome abbia pensato lei, visto che non ho ancora avuto il coraggio di chiederglielo, ma il primo che è venuto in mente a me, è stato Libero.

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