Illustrazione realizzata da Giulia Ortuso

Giu 21, 2020 | 0 commenti

L’occhio che batte

Me ne sto seduto, i rimbombi delle pentole sbattute alle finestre, gli “Azzurro” ruttati da amplificatori improvvisati sui balconi, coi Mameli asincroni e le torce indagatrici. Ma oggi è lunedì, e come si sa i lunedì danno fastidio a tutti; e così c’è stata quiete assoluta. Direi, finalmente!

Mi alzo. La mia ragazza lavora già da un’ora, indaffarata da videochiamate e richieste a bomba. Un bacio e faccio colazione, pentendomi subito di aver voluto leggere le novità in campo virologico. “Il peggio deve ancora arrivare”. “Buongiorno anche a lei”.

Così mi rivedo le immagini satellitari relative alla diminuzione dello smog. Almeno questo, penso. E poi, per rinforzare la positività, passeggio lungo Times Square desolata, attraverso correndo il ponte Carlo a Praga, salgo la collina di Montmartre e sento soltanto i tacchi delle mie scarpe che rimbombano sui sampietrini.

Ora che ci penso, non sento più parlare gli ambientalisti, evidentemente confusi anche loro di questo titanico risultato raggiunto all’improvviso. Me li immagino che girano in tondo nelle loro stanze, a non poter neppure respirare l’aria pura che tanto agognavano fino a ieri. Un po’ mi fa ridere.

Mi chiedo domani sera alle 18 cosa succederà, non mi sono aggiornato sul flash-mob del giorno. Meglio così, l’effetto sorpresa gioverà al mio umore, mi dico. Da giorni mangio poco, consumando meno energie del solito. Così sono meno stanco e più sveglio, dato che i metri quadrati sono quelli che sono e non ho cani.

Mio padre non è abituato a restare in casa. Pure con la febbreha bisogno della sua ora d’aria pomeridiana. Ma la camionetta dei caramba gli fa fare marcia indietro velocemente, manco fosse lo spaccino di via Prè. E così me lo immagino annichilirsi di fronte al televisore, come un epigono di Mentana in un ipotetico universo parallelo. Le donne di casa mettono a posto, cucinano e si abbracciano.

Io, a ottocento chilometri da loro, sto finendo i libri da leggere. Mi è rimasto impresso “Danny l’eletto” dello scrittore rabbino Chaim Potok. Sono andato a vedere alcune sue foto in rete: il classico uomo barbuto, coi riccioli ai lati, il caffettano nero, gli occhialini sulla punta del naso, un’intelligenza che trasuda dallo sguardo:
«Gli esseri umani non vivono in perpetuo, Reuven. Viviamo meno di quanto dura un batter d’occhio, se si commisurano le nostre vite all’eternità. Può quindi esser lecito chiedere qual è il valore della vita umana. C’è tanta sofferenza, in questo mondo. Che significa dover tanto soffrire se le nostre vite non sono nient’altro che un batter d’occhio?» S’interruppe di nuovo, e aveva lo sguardo velato, adesso, poi riprese: «Reuven, ho imparato molto tempo fa che un batter d’occhio è nulla, di per se stesso. Ma l’occhio che batte, quello sì che è qualcosa. Lo spazio di una vita è nulla. Ma l’uomo che la vive, lui sì che è qualcosa. Lui può colmare di significato questo spazio minuscolo, cosicché la sua qualità sia incommensurabile, sebbene la quantità possa essere irrilevante. Comprendi quel che dico? L’uomo deve colmare la sua vita di significato, il significato non viene attribuito automaticamente alla vita. E’ un compito duro, bada, e questo non credo che tu lo comprenda, per ora.»

Vengo cullato dal risciacquo della lavatrice perennemente in funzione. Sono anni che mi riprometto di vedere “Satantango”, un film ungherese di 7 ore, in bianco e nero e perlopiù muto. Direi che è il momento giusto: al massimo saprò che effetto fa un allucinogeno.

Finalmente sera. Mi duole un po’ la schiena, non ho voglia di far yoga forzatamente . Mi sto concentrando sulla mente. Ma a volte anch’essa vaga da sé, e penso a chi si sbatte in corsia, più del dovuto, sottopagato e a rischio contagio. Penso ai tagli sulla sanità, ai coglioni che bevono in garage a frotte o vanno a correre, all’istruzione inceppata, ai ludopatici e a quello che potrebbero fare ai loro cari, agli scleri di tutti, perché tutti abbiamo i nostri scleri.

Vaffanculo.

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