Illustrazione realizzata da Giulia Ortuso

Apr 15, 2020 | 0 commenti

Magari una lepre

Era da tanto che non prendeva la bici della moglie. Le prime pedalate, incespicanti e disarmoniche, lo fecero dubitare di saper ancora portare una bici. Attorno a lui, tutto un susseguirsi di serrande abbassate, porte chiuse e un silenzio surreale a fare da cornice a quell’insolito paesaggio. Poi, pochi metri più avanti, una lepre gli tagliò la strada. Fu un bambino, che arrivò correndole dietro, a farla scappare. La lepre si fiondò in direzione di un cancellino che proteggeva la corte esterna del negozio di bici di paese e si andò a nascondere. Il bambino frenò a stento la sua corsa e per poco non andò a sbattere contro il cancello dell’officina. Si disperò non poco per quell’ostacolo imprevisto, imprecando con espressioni colorite. Turbato da quell’insolita reazione, l’uomo scese dalla bici e si avvicinò. 

«Eppure, è entrata proprio qui dentro, passando dalle inferriate. Sono abbastanza larghe, vedi?»

«Chi è entrato? Di cosa parli, signore?».
«Della lepre».
«Io non inseguo nessuna lepre».
«Ah, e allora che fai?».
«Tu cosa ci fa qui invece? Vai a caccia di conigli?».
«No. E comunque era una lepre, non un coniglio».
«E che differenza c’è?»
«Lascia perdere… Piuttosto, perché piangi?».
«Niente, volevo cambiare la ruota alla mia bici».
«Sembra un bel guaio. Ma dove volevi andare?».
«All’ospedale».
«E come mai lì?».
«Mia nonna è ricoverata».
«Come si chiama tua nonna?».
Il bimbo glielo disse e lui fece finta di non sapere chi fosse. Poi vide con la coda dell’occhio il bambino prendere la via del ritorno.
«Aspetta».
«Che c’è?».
Si accordarono così: avrebbe prestato al bambino la bici a patto che gliela riportasse a casa per cena.

Rincasò che erano da poco passate le quattro del pomeriggio e si mise a letto a guardare un film alla tv. Giunto ai titoli di coda pensò al bambino e alla sua promessa di tornare all’imbrunire. Si alzò e andò alla finestra proprio un attimo prima che li vedesse comparire.
Pochi minuti dopo erano di nuovo insieme.
«Come sta nonna?».
«Mi hanno detto che sta meglio».
«Sono contento».
«Hai trovato poi il coniglio?».
«Intendi la lepre?».
«Sì! La lepre, scusa».
«No, non l’ho più vista».

Quando fu davanti allo specchio del bagno per lavarsi i denti, l’uomo ebbe lo stesso sussulto provato quel pomeriggio, dopo che il bambino gli aveva detto il nome della nonna. Lui lo ricordava bene quel nome. Quella donna, all’ottavo mese di gravidanza, era finita in ospedale d’urgenza con l’utero rotto in più parti e una seria emorragia interna. La figlia nacque clinicamente morta ma, grazie alla moglie e alla sua equipe si era ripresa. La madre, come segno di gratitudine, diede alla figlia lo stesso nome della dottoressa che le aveva salvato la vita. 

Poi gli venne una gran voglia di tornare in bici. Gli bastarono pochi minuti all’aria aperta, immerso in quella semioscurità, per comprendere che l’intuizione avuta poco prima stava dando i suoi frutti. Aveva sempre contemplato il vuoto dell’assenza lasciato dalla moglie come un silenzio assordante che non ne vuol sapere di scorrere. Che si accumulava e basta, giorno dopo giorno. Le pedalate di quella notte, invece, diluirono un poco quel peso, dando un senso compiuto al presente. E anche se in cuor suo sapeva che, una volta tornato a casa, sarebbe rimasto di nuovo solo con quel vuoto, quel carico indicibile che è il silenzio e la distanza infinita dall’amore della sua vita, non si arrese e continuò a pedalare un altro po’, sfrecciando tra quei vicoli deserti e tortuosi, fino a che le gambe glielo avessero permesso, stando attento a non investire qualche povera creatura. Magari un malcapitato coniglio.
Magari una lepre.

Racconto di Luca Murano

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