Illustrazione realizzata da Francesca Ponzini

Giu 1, 2020 | 0 commenti

Nerina, New York e l’olio di oliva.

Il sole cade obliquo sul tavolo, accarezza un vecchio libro, “Una stanza tutta per sé”, di Virginia Woolf. L’edizione ha il testo a fronte, è una delle tante che possiedo a casa. L’ho messa ben in vista come fosse uno di quei vasi in terracotta con una piantina dentro da innaffiare e di cui prendersi cura ogni giorno. O forse la piantina/ libro dovrebbe prendersi cura di me adesso.

“Avvicinati” mi dice lo specchio.

Mi guardo, alzo i capelli e muovo le labbra come per parlargli. Avevo imparato che non temevi i cambiamenti. Cammino nel lungo corridoio, tocco il termosifone spento, osservo il pavimento e mi accovaccio con la schiena lungo la parete. Non distinguo il mattino dal pomeriggio, il pomeriggio dalla sera, e la sera dalla notte. C’è un desiderio forte in me di possedere qualcosa, si possono possedere baie e deserti?
Tutti i canali di Venezia con le sue acque azzurre e limpide ? Datemi tutto il verde che c’è, datemi i prati, le montagne, la schiuma delle onde. L’unica cosa che possiedo adesso è il vuoto. Mentre giro la pasta nelle pentola prima di versarla nel piatto mi soffermo sui dettagli, su come apparecchiare. Come mettere il bicchiere e le posate, medito sul potere del cibo.Eppure col vuoto un po’ ci sono cresciuta. In estate sono stata quella che alle baldorie ha preferito la calda luce del Sud, sono stata quella che ai locali notturni ha preferito l’antichità, i racconti degli avi. Ed ero felice di quel paese lucano che si appisolava dopo pranzo, chiudeva le persiane e le finestre. Solo qualche gatto randagio in giro, le campagne che prendevano fuoco, i campi arati gialli e lucenti. E poi quella storia, la storia di Nerina. Doveva essere bella davvero se tutti, non solo gli uomini ma anche le donne la ammiravano ogni volta che c’era una processione e sfoggiava con una certa timidezza la sua chioma corvina e vestiti sempre all’ultima moda. Un giorno trovò l’amore e volò a New York. Nerina mi riporta alla bellezza, ad un terreno soffice fatto di radici e di sensualità. Mi riporta alla cosmesi naturale delle bisnonne, impacchi per capelli realizzati con olio d’oliva, l’ingegnosità di inventare e di reinventarsi anche ai tempi di guerra. Mi riporta alle loro mani laboriose mai stanche, all’arte di arrangiarsi. 

Le tradizioni salvano, non più come un detto ma come qualcosa che posso constatare. Guardo i bei fiori nel mio cortile e mi viene in mente un bellissimo dipinto di Giuseppe Capogrossi, “Ballo sul fiume”. Due coppie sulla destra della tela ballano, un uomo suona la chitarra, un altro è davanti ad una cabina in costume con un salvagente al collo. Sembrano figure isolate, eppure un gioco di infiniti concatenamenti li unisce. La fine di questa primavera la voglio immaginare così, qualcosa si muoverà senza che ce ne accorgeremo.

Racconto di Sara

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