Illustrazione realizzata da Angelica Petrini

Mag 8, 2020 | 0 commenti

Notte

Stanotte resterò sveglia; ho deciso di affrontare la paura del buio, la solitudine, la prigionia di questi giorni strani. Per star loro davanti mi siederò sul pavimento davanti al letto, con le gambe incrociate, e scriverò. E’ tutto pronto: ci sono il mio astuccio preferito acquistato a Gerusalemme, un quaderno rilegato a mano, proveniente da un festival di circo contemporaneo, il vecchio cellulare dove ho scaricato Spotify – in quello “nuovo” la memoria è esaurita, e sì, ho due cellulari rotti, qualche problema? – e infine un pacchetto intero di biscotti con le gocce di cioccolato, i miei preferiti. Stanotte vedremo che cosa uscirà dalle mie dita. In momenti come questi sono certa che Dio posi la sua mano su di me.

Mi concedo un attimo per rileggere un mio vecchio pezzo. Quando lo scrissi mi trovavo in collina, in una grande casa, e ogni sera uscivo a guardare la luna. C’era un silenzio vero, di quelli che alcune persone non hanno mai udito, e davanti a me si srotolavano pian piano i segni luminosi della civiltà. Ricordo quella giornata: difficile, come tante altre.

“Nello spazio assordante
di silenzio vorticoso
ho la città in faccia, luci e fari
e il cielo in testa, buio e stelle
Ora è come se
i fari si rompessero
le stelle non mi parlassero più
e tu sembri non esistere”

Spalanco la finestra e mi affaccio al parapetto del balcone, in quella che un tempo sarebbe stata una pausa sigaretta. Mi viene in mente quella volta in cui sognai di essere costretta ad aiutare dei pirati che solcavano i cieli, e che incontravo proprio alla finestra. Poso lo sguardo sulla città scandagliando i tetti e i comignoli che dopo decenni, al contrario di me, hanno ripreso a fumare, da quando tutti siamo confinati nelle nostre abitazioni; ecco là, in un angolo, il solito signore senza naso che bivacca su una panchina. Si dice che una volta fosse un normale banchiere e che un giorno abbia deciso di dar via tutto per vivere in strada. In seguito, purtroppo, ha contratto un’infezione al naso che è rimasta incurata e ha causato la lenta deturpazione del suo viso. L’ultima volta l’ho visto mentre scendeva dall’autobus. La sua pelle era aperta e rossa fin sotto gli occhi. Me lo sono trovato davanti e sono salita sul mezzo sentendomi una codarda, come ogni volta che lo incrocio. Qualcosa mi spinge ad andare verso di lui, ma la fermo sempre.

Proseguendo nel mio itinerario invisibile nei vicoli della città, mi vengono in mente sempre più luoghi che vorrei rivedere, quelli in cui sono cresciuta e il cui profumo mi sale al cuore e alle narici, i quartieri in cui sono successe cose, come i ricordi di un’altra vita. “Basta, ti prego”, mi dice una voce interiore. Torno in casa, è meglio iniziare a scrivere o mi lascerò catturare dai ricordi. Faccio partire “Riflesso”, colonna sonora di Mulan, la versione cantata da Syria, ma ho subito bisogno di una pausa. C’è qualcosa di insolito. Studio mentalmente la situazione che ho davanti: mi trovo seduta davanti al letto a gambe incrociate, c’è il quaderno, la biro dal tratto sottile, le cuffie, i biscotti, sì sì, tutto come previsto nel mio piano perfetto. Non avevo notato, però, un dettaglio incisivo: se sollevo il viso da terra ho davanti le stelle. I vetri senza tende, infatti, sono rimasti spalancati e offrono un’occasione imperdibile alle luci della notte: quella di entrare in camera mia. Non avevo mai fatto caso a quanto fosse bella; bastava aprire la finestra. D’improvviso la mia stanza si trasforma da prigione d’oro, teatro di risentimenti e ossessioni, a buio grembo che mi proietta nel cielo stellato. Mi fermo a bocca semi aperta, come spesso mi accade, contemplando, mentre un nuovo respiro di vita si fa strada in me. Mi si accendono gli occhi. Ah, ma che scrivere e scrivere, non ce la faccio. Mi rialzo per affacciarmi di nuovo al parapetto e stavolta, invece che chinarmi sulla città, guardo in su. Respiro forte, con gli occhi chiusi. Mi sento stranamente bene. Il vento mi passa vicino e mi accarezza come un fratello e il cielo è così grande che mi dovrebbe far sentire piccola, ma è come se mi dicesse che sono fatta per lui. Che c’è una slackline che mi collega alla mia stella e devo solo trovare il modo di stare in equilibrio e muovere il primo passo. L’aria fredda punge e il blu mi chiama ad abbracciarlo tutto. In quel momento mi innamoro di nuovo dell’universo, dell’umanità, di Dio. Inspiro più a fondo che posso, quasi a voler raccogliere in me tutta quell’energia chiara, e inizio a scrivere su un foglio vergine come il cielo. 

 

“Voglio vivere
a piedi scalzi
mi serve un solo
giro di eleganza
attirami e io
ti seguirò
esco a cercarti
di notte
e mi perdo
nelle stelle
i piedi ingarbugliati
nella terra
gli occhi annodati
al cielo”

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