Prima del caffè

“Arrivo alle 23 a Centrale. Ci vediamo stasera”. Era Venerdí. Da sola a casa da un mese e teoricamente ne sarebbe dovuto passare un altro.
Arrivo in stazione con un po’ di anticipo, per strada non c’era nessuno. Salgo le rampe mobili guardandomi intorno, non c’era un’anima. Tutto molto surreale, specialmente il silenzio. C’era talmente tanto silenzio che non si udiva nemmeno la voce che annuncia gli arrivi e le partenze. Era assordante.
Sabato. Chiusa la Lombardia. Eravamo sul divano e ci guardiamo. “Appena in tempo!”. E poi arrivò domenica, con la consapevolezza che non bisogna lasciarsi abbattere, trovare subito un modo per affrontare le cose, prendere quello che viene con filosofia, guardare avanti, fare progetti, tenersi impegnati. Non esistono altri rimedi secondo me. Nemmeno in questa situazione.
Stavo molto in casa anche prima, soprattutto negli ultimi mesi, con gli ultimi preparativi per la laurea (rimandata a data da destinarsi). La quarantena mi ha permesso di guadagnare due ore nella mia giornata: è un sacco di tempo e posso finalmente fare un sacco di cose (o fare le stesse cose che facevo prima, ma con calma). Colazione, coccole con la gatta, cena e dormire. Ho riacceso l’x-box e mi sono addirittura data alla botanica, cosa che cercavo di fare da molto tempo ma con pessimi risultati.

L’unico momento della giornata in cui questa quarantena si fa sentire è appena sveglia, prima del caffè. C’è silenzio e dalla finestra della camera lo osservo, scorrere pesante su queste strade deserte. Questa nuova versione di Milano, non mi mancherà.

Racconto ispirato alla storia di Francesca Lazzaroni.

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