Illustrazione realizzata da Le Noir

Mag 14, 2020 | 0 commenti

Satelliti

Guardo fuori dalla finestra, le stelle sono fisse, rimaniamo così: io quaggiù e loro irraggiungibili.

Nessun orologio grande che si erge dal municipio a scandire il tempo di una fontana senza vergogna. Che peccato.

Ci penso meglio: sono in un’altra città e anche in un altro tempo.

Mi scuoto dai miei pensieri che stasera sembrano non volermi lasciare. Siedo meglio sulle gambe e ascolto “Pulaski at Night”, deve essere stato per questo che ho confuso spazio e tempo. 

Eppure che strano, ho avuto la netta sensazione di trovarmi in un tempo impalpabile in cui due leoni ti aspettano all’entrata di un teatro che custodiscono e ti invitano ad entrare. Mi volto per vedere se dietro di me c’è qualche imbarcazione che riposa nel giaciglio denso del mare. No: c’è una porta, una libreria e l’intonaco delle mura che proietta la luce stellare. 

Sono in un’altra città e in un altro tempo. 

In questa città e in questo tempo non ci sono teatri in cui entrare, né chiese dorate, né tetti dai quali vedere cupole, né grattacieli dai pinnacoli rossi. Non c’è il mare, non c’è un grande prato verde, su cui quando il cielo è limpido volano sopra aquiloni liberi a metà, non ci sono palazzi borghesi, né affreschi da ammirare.

In questa città e in questo tempo ci sono io dietro il vetro di una finestra aperta, la sera trapuntata di una primavera timida che porta con sé l’odore di altri posti in cui sono stata,  in cui ho immaginato di trovarmi, in cui non sarò. 

In questa città, davanti a me, sta sera non ci sono monti dai castelli illuminati, ma case rischiarate da sparute lampade rimaste accese.

Che silenzio, penso, e quasi mi sento sollevare in aria, quasi mi sento parte di tutta questa natura di cui sto godendo, di questi profumi delicati e di questo chiarore notturno.

Sono al mio posto? Mi chiedo.

Sono nel posto in cui devo essere in questo tempo e in questa città, mi rispondo.

Chissà se le stelle, anche loro mi vedono da quaggiù, e se ci riescono, chissà quanto stupida posso sembrare ai loro luminosi occhi: una piccola ragazza che scruta il cielo per leggerci qualcosa, forse un ricordo passato, forse un responso futuro. 

Avvolta nel mio pigiama e nelle mie domande, chissà quanto piccole e ridicole devono sembrare loro le mie terrestri preoccupazioni.

Sembriamo satelliti dei nostri piccoli pianeti personali e giriamo intorno ai nostri appartamenti più volte, ed è più volte giorno e più volte notte con le nostre coordinate interiori.

Decido di rientrare e chiudere le imposte, eccoci qua, sono passate circa 43 sere da quando mi trovo chiusa in una casa che è diventata fortezza e rifugio sicuro. 

Vorrei poter dire che da 43 sere a questa parte la mia vita ha subito una modifica, è stata piegata e si è dovuta reinventare, ma sarei imprecisa, perché il cambiamento è avvenuto prima ed è una storia più triste è che da quando è scoppiata la pandemia, non posso fingere che lo sia di meno.

Raccolgo il libro di Vittorini, l’evidenziatore giallo e la mia bic blu: che incontro romantico, mi dico, e ci credo davvero. Apro le pagine, le sfoglio, chissà Silvestro cosa vorrà mai ottenere dalle domande impertinenti che fa alla madre, e poi che nome strano che ha “Concezione”. Rido tra me, e penso a come avrebbe voluto chiamarmi mio padre: Consuelo. 

Mi ricordo quella conversazione un po’ bizzarra come noi: ricordo di avergli detto che comunque non mi sarebbe piaciuto e che avrebbe potuto pensare a un nome più carino di Consuelo, tipo “Bellissima dai capelli un giorno lunghi” o “Meravigliosa”. Mio padre rideva mentre ritagliava dei fogli di giornale e chiudeva la conversazione dicendo che forse il nome di sua madre è il più appropriato, Maria. Darei tutti i miei lunghi capelli per farmi ritagliare da lui un altro abito di giornali.

Entro in questo spazio magico che è la lettura e lo abito: sto viaggiando con Silvestro di casa in casa, abbiamo visto la malaria, il tifo e la gente che non ha i soldi per curarsi, per placare la sete, per attutire la fame. Lui interroga la madre e io li seguo silenziosa. Entro con loro nelle case tenute al buio, salgo le strade, giro gli angoli, seguo il passo sicuro di Concezione che sta dritta nei suoi stivali da uomo. 

La Sicilia di Silvestro è lo stesso posto magico che conosco, in cui si vive la stessa miseria a cui si assiste adesso, certo vestita con le stoffe di questo millennio: miseria dell’animo e miseria della carne. 

Miseria, magia, resistenza, ostinazione, sorrisi e ospitalità: queste le immagini evocate quando penso alla mia terra. Quando penso a Palermo, la città che ho lasciato baciata da timidi raggi solari, animata dalle voci dei venditori ambulanti, con le porte delle chiese spalancate e le colonne dei portici possenti e sicure.

Sono passata noncurante davanti la mia fontana, pensando ingenuamente che da lì a pochi giorni ci saremmo potute dare un altro appuntamento, ho attraversato i quattro canti e non ricordo la musica di alcuni ragazzi che arpeggiavano qualcosa con la chitarra, che peccato. 

Ma adesso ascolto questo silenzio carico di suggestioni, di respiri ansiosi, di speranza e di attesa. 

Tutto tace, mi alzo: mia madre e mia sorella dormono,sembra un sonno senza nuvole. 

In questa piccola stazione spaziale al primo piano sembra essere tutto al suo posto: se ci affacciamo dalla finestra e guardiamo le stelle ascoltando “Pulansky at Night” le dimensioni spazio temporali si sovrappongono, un po’ come in Interstellar. Così sei un po’ nella tua silenziosa camera di una città edificata non troppo lontano dalla Valle dei templi, per cui se tendi l’orecchio puoi sentire parlare Zeus ed Era, e po’ ti trovi a Palermo, di fronte l’orologio del municipio, seduta sui gradini di piazza della Vergogna a guardare la cupola della chiesa di San Giuseppe dei Teatini. Ma puoi avere anche tre anni, una frangia impertinente come te, le guance rosse, da ridire su tutto e un vestito fatto di fogli di giornale, puoi correre senza preoccuparti del domani, quando chiami papà non ti scende nessuna lacrima e la morte non esiste.

Racconto di Maria 

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