Illustrazione realizzata da Chaiaramente

Apr 26, 2020 | 0 commenti

Tempo di quarantena

La domenica sera, quando ci hanno detto che saremmo dovuti stare a casa per una settimana, ero 

scioccata. Semplicemente non era concepibile che tutto si fermasse. Non l’ho visto come un fatto negativo, non ne ero contenta ma ho subito pensato a come sfruttare l’occasione al meglio. Un sacco di tempo libero, niente compiti: la libertà di andare dalle amiche, e al maneggio quando volevo, di poter fare tutte le cose in sospeso. Era il tempo per fermarsi, per pensare, e infatti ho pensato a quanto corriamo inutilmente, quanto ci affanniamo a produrre, fare, spesso dimenticando noi e gli altri. 

La seconda e la terza settimana è stata simile, anche se i divieti erano più pesanti e sono potuta andare solo dalle nonne e a passeggiare al parco.

Sapevo che le misure protettive servivano a limitare il diffondersi del contagio; non è una malattia grave ma va curata con mezzi adeguati e questi erano limitati; se ci fossero stati troppi malati non sarebbero stati sufficienti.

Stavamo attuando una prevenzione e, mentre i media ripetevano di stare a casa, ci preoccupavamo per quando saremmo tornati alla normalità e discutevamo l’efficienza dei decreti. Era ancora un tempo per pensare, ma anche per lavorare e ricominciare a studiare e a fare i compiti. Ho iniziato a capire che sarebbe stato lungo e soprattutto che l’epidemia è mondiale, è una svolta nella storia, ed è una grandissima occasione: se non cambiamo adesso, non lo faremo più. 

Ormai mi stavo abituando alla situazione quando arrivano notizie diverse.

I posti in rianimazione erano finiti. Nuovo bando per medici e infermieri. Altri morti in Italia. L’epidemia si stava diffondendo nel mondo. E poi: non uscire di casa. Non si riaprirà prima di Pasqua. Forse non si tornerà a scuola. 

Intanto, grazie alle video-lezioni stiamo andando avanti con il programma scolastico, cominciamo ad avere tanti compiti. Sembra quasi di essere a scuola, con la differenza che studia in salotto. Alla mattina e al pomeriggio. Sembra come se, saputo che non torneremo fuori per tanto, tanto tempo, tutti abbiano provato un enorme desiderio di normalità. Siamo quasi tornati come prima, ancora a fare e disfare, ma da casa nostra. Forse è così che si sentivano i nostri nonni durante la guerra. 

D’altronde anche noi siamo in guerra contro il virus: c’è chi combattere al fronte e chi, come noi, resta a casa e ha paura. Ci sono i morti, i feriti, c’è chi piange e chi ha paura per il futuro. C’è chi, nonostante tutto, pensa ancora agli affari propri; c’è chi cerca di consolare, chi prega e chi guarda il cielo chiedendosi se tutto questo abbia un senso.

E tutti, adesso, desiderano la normalità, tornare come prima. Forse questo non è più un tempo sospeso, un tempo così libero che abbiamo sensazione che ci appartenga. È un tempo per piangere, per consolare, per sperare. In fondo, è un tempo molto più normale di quello della prima settimana; siamo stati ributtati nelle nostre vite, riassorbiti dalle cose di prima. Ma forse non è ancora finito il tempo per pensare. Forse, guardando dalla finestra una strada vuota, possiamo non smettere di farci domande, non dimenticare ciò che abbiamo scoperto, e pensare che siamo ancora chiusi in casa davanti a una grande scelta. E se scegliamo adesso ciò che è vero, bello e grande non saremo mai più quelli di prima.

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