Illustrazione realizzata da Pietro Barone

Apr 23, 2020 | 0 commenti

Trovare il mio spazio

Palermo, 29 Marzo 2020

Ventunesimo giorno di reclusione. Ma per gli altri, non per me. Io, i miei, non li conto più. Mi sono persa. Così, mentre gli altri affrontano il male del secolo, io convivo con la mia disabilità. Neanche la situazione attuale fa crescere in me una qualche emozione. Vorrei tanto vivere con preoccupazione quello che sta accadendo, come tutti. E capisco anche la difficoltà che si possa provare nel sentirsi di colpo isolati. Direi agli altri: “Benvenuti nella mia normalità. Ora la credete possibile? ” Ma non credo che qualcuno mi risponderebbe. Forse il mio deserto e la mia aridità saranno scusate.

Per me, mantenersi a distanza è essere al sicuro. Al riparo dall’essere feriti col rischio di non essere amati. 

Mi sono accorta di non aver mai avuto il mio spazio, neanche a casa. Così ho provato a crearlo. Ho spostato mobili, libri, fatto ordine. Ora chiudo anche la porta e con questa mamma e papà rimangono fuori. Ma tutti possono aprirla ed entrare.

I miei compagni di corso soffrono a causa della mancanza delle lezioni dal vivo, dell’interagire. E in effetti la scuola virtuale non sostituirà mai il tipo di relazione che si viene a instaurare all’interno di una classe, e più in generale nella vita reale. Ma se le lezioni fossero state in aula, probabilmente io avrei avuto difficoltà a seguire, forse non ci sarei nemmeno andata. Mi piace l’aula digitale, è comoda. Lo schermo gelido mi protegge dall’essere guardata. In fondo non avere contatti è l’ideale per me. 

Il susseguirsi delle lezioni una dietro l’altra, l’esame che si avvicina e la tesi da scrivere non mi permettono di lasciarmi annoiare. Almeno, adesso che le mie giornate sono così organizzate, la finirò di essere parte integrante del divano.

È come se si fosse messa in pausa la vita, come se tutto fosse fermo. Anche ciò che ci sarà dopo.Voglio essere pronta quando ripartiremo. Perché ripartiremo, vero? Tutto tornerà come prima? Ma io non voglio che sia come prima. Allora studio, penso… no! Sogno e progetto.

Mi lascio distrarre da Astro, la mia ombra, il mio unico amico. Con lui la casa sembra più grande e i fantasmi si disperdono. L’aria è più pulita. 

Quando sono tra le mura domestiche potrei perfino pensare che non sia successo niente. Riduco al minimo le informazioni che provengono dall’esterno. Solo uscendo con Astro, mi accorgo del silenzio. Il silenzio mi fa paura, come il buio. Velocizzo il passo, tengo gli occhi spalancati, mi guardo intorno in cerca di un movimento. Costringo Astro al fiatone e non vedo l’ora di poter infilare le chiavi nel portone.

Anche oggi è terminata una giornata durissima e mentre ingoio la mia illusione in pillola già ne scorgo un’altra spuntare. Un’altra domenica d’inverno. Come se fossimo in guerra a combattere. Andrà tutto bene. Non oggi. Non ancora. Raggiungo il letto, e i mostri sotto di esso. Astro dorme ai miei piedi. E mentre lui sogna di correre libero nei suoi spazi verdi, anche io sogno. Sogno quando avrò la libertà di prendermi i miei spazi. Sogno un giorno coraggioso in cui uscirò dalla mia stanza e abbatterò le pareti che mi separano dalle infinite possibilità che mi attendono. 

Racconto tratto dalla storia di Fabiola Veca

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